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Grigory Sokolov a Pavia

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Sokolov al pianoforte

Titolo: Grigory Sokolov a Pavia
Recensore: Maurizio Germani
Recensito il: 01/02/2004
Copyright: Maurizio Germani per Music on Tnt

Grigory Sokolov è nato a Leningrado nel 1950. Vincitore a sedici anni del concorso Ciaikovski di Mosca, oggi ha 54 anni, e non si può certo considerarlo un giovane emergente. Purtroppo la lunga assenza dalle sale da concerto Occidentali (il regime moscovita non gli consentì di viaggiare molto all’estero), ha fatto sì che il suo nome sia rimasto a lungo, ingiustamente in penombra e che solo oggi cominci ad essere conosciuto.
Sebbene la sua discografia non sia poi così scarna, ha inciso per Melodya e per Opus111, Sokolov non ama la sala d’incisione, la presenza dei microfoni lo disturba e la possibilità di manipolazione del suono lo infastidisce.
Lui ama il concerto dal vivo, ama impastare la materia sonora trasfondendovi ogni volta i propri pensieri ed i propri stati d’animo. Fa concerti “difficili” e chiede al pubblico una concentrazione ed una partecipazione non comuni.
La Musica è, prima di tutto, una faticosa avventura intellettuale.


Il programma della serata pavese si annuncia molto breve: due sonate di Beethoven. Null’altro. Meno di tre quarti d’ora in tutto. Di solito un concerto è lungo almeno il doppio. Le sonate prescelte poi non sono nemmeno di quelle che fanno accorrere frotte di ascoltatori, niente Tempeste, Chiari di Luna, Pastorali, Appassionate… Due sonate identificabili solo dal numero d’opera. Roba che un profano non considera nemmeno, poco importa che si tratti della deliziosa op.22 e di quel vertice assoluto della storia della musica che è l’op.111! Un concerto che sembra fatto apposta per respingere il pubblico.
Il giorno della rappresentazione, il programma di sala consegnato all’ingresso contiene una sorpresa: Beethoven è diventato la seconda parte di una serata che, nella sua prima parte, prevede l’esecuzione nientemeno che della Partita n.6 in mi minore BWV830 e della Fantasia e fuga in La minore BWV904 di Bach. Mia moglie ed io commentiamo che adesso è diventato un concerto lungo.
Ma ci sbagliamo: sarà lunghissimo.
Sono le nove e nonostante le mie pessimistiche previsioni, il teatro è quasi pieno. S’abbassano le luci ed entra un omone massiccio e dall’aria severa che si dirige spedito al pianoforte. Scatta un applauso, l’omone s’inchina brevemente appoggiandosi al pianoforte, poi si siede ed inizia subito a suonare.
Ci si accorge immediatamente che è capace di un volume sonoro notevolissimo, la mano sinistra deve possedere una forza straordinaria, ma quello che meraviglia sono il controllo del tocco, l’agilità delle dita e la varietà del colore strumentale. Trilli vertiginosi, ritornelli sempre uguali e sempre diversi: uno spettacolo. L’esecuzione della Partita n.6 volge al termine, si sentono distintamente la gavotta ed infine la giga: un brano di grande arditezza formale eseguito magistralmente. Sulle ultime battute ci si prepara all’applauso liberatorio, ma il pianista non toglie nemmeno le mani dalla tastiera ed attacca immediatamente la Fantasia e Fuga in La minore.
Al termine l’applauso sale calorosissimo: la prima parte del concerto è finita, il pubblico è conquistato. Ma il meglio deve ancora venire!
Qualche minuto d’intervallo, il tempo di scambiare qualche impressione con i vicini, poi s’abbassano le luci, si fa silenzio in sala ed eccolo di nuovo: solita espressione severa, breve applauso, inchino frettoloso e si parte.
La sonata n. 11 op 22, che ho appena ascoltato in novembre nell’esecuzione di Alfred Brendel al Conservatorio di Milano, si trasforma nelle mani di Sokolov in un capolavoro di humour. Ruba sul tempo, gioca con gli accenti, esaspera la dinamica e ricava un po’ sfacciatamente, da questa sonata bellissima, un vero manuale di humour musicale come neanche Brendel, che in questo è un maestro, aveva avuto il coraggio di fare.
Al termine non può sottrarsi all’applauso, ma non accenna a rilassarsi, imperiosamente pone le mani sulla tastiera ed ancora prima che l’applauso si spenga, attacca la 111. L’introduzione è di una violenza da mozzare il respiro, c’è un tale volume sonoro che hai l’impressione che il tuo vicino di sedia non ti sentirebbe nemmeno se ti mettessi a gridare. Il tema principale dell’Allegro è attaccato da un ruggito del basso da mettere i brividi e per tutta la durata del primo movimento le escursioni dinamiche squassano di emozioni il pubblico.
Il secondo ed ultimo movimento della sonata: ARIETTA (adagio molto semplice e cantabile), è un tema con cinque variazioni. Sokolov attacca e il tempo sembra sospeso: il tema spoglio dell’Arietta (croma, semicroma, semiminima puntata) s’innalza ad eliminare le inquietudini dell’Allegro. Un attimo di respiro; poi iniziano le variazioni e la tensione risale. L’attacco della terza variazione mi fa quasi alzare in piedi per la reazione nervosa. I trilli interminabili che dalla quarta variazione immettono nella quinta, sembrano competere in volume con il sordo battere del basso che crea un’atmosfera drammatica nell’attesa della dissoluzione finale della quinta ed ultima variazione che Sokolov propone come una vera trasfigurazione della musica nell’assoluto.
Questa sonata non finisce, è una creatura vivente e, giunta al termine, … muore.
Nelle mani di Sokolov tutto questo ha le caratteristiche di un rito sacrale: la celebrazione solenne della gloria della Musica come elemento unificatore: l’Arché, la forza che governa il divenire delle cose.
Al termine c’è un’ovazione, il pubblico non accenna ad alzarsi e Sokolov regala ben sei bis. Un concerto che doveva essere brevissimo s’è trasformato in una lunghissima, indimenticabile serata musicale.


Quello che viene descritto come un pianista eccentrico mi è sembrato soprattutto un artista rigoroso e concentrato, e le sue “stranezze” parte di un progetto interpretativo sempre attentamente meditato in ogni particolare. Altro che stranezze!
Quando un grande artista si esibisce, si entra sempre in contatto con una intelligenza brillante. Il pianista ha a disposizione uno strumento dalle infinite possibilità espressive che gli consente di esternare il proprio pensiero, la propria visione del mondo, utilizzando come mediatrice l’opera dei grandi compositori del passato. Se il pianista è un grande artista, il processo ermeneutico lo conduce verso una visione pienamente coerente che procede dal brano eseguito ed abbraccia i motivi stessi dell’esistenza.
Sokolov appartiene a questa rara categoria: questo concerto è stato uno di quegli incontri magici, che qualche volta nella vita accadono lasciando un segno che non potrà essere cancellato.

Maurizio Germani
Febbraio 2004
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