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Okemah and the melody of riot


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Artista/Gruppo:Son Volt
Titolo: Okemah and the melody of riot
Etichetta: http://www.sonybmgmusic.it/
Sito: http://www.sonvolt.net/
Codice: B0009UKYF2
Recensore:Maurizio Di Marino
Recensito il: 01/01/1970
Copyright: Maurizio Di Marino per Music on Tnt

Dodici anni fa gli Uncle Tupelo – gruppo di culto del genere Americana – si sciolsero e dalle loro ceneri nacquero due band, Son Volt e Wilco: immagino che di questi ultimi, se non altro il nome, sarà noto almeno al 90% di coloro che leggeranno queste righe, quanti di voi conoscono Son Volt?

Eppure all’epoca tutti avrebbero scommesso sul futuro di Jay Farrar piuttosto che su quello di Jeff Tweedy; il fatto è che mentre Farrar è rimasto artista di un genere di nicchia – seppure significativa specie in USA e UK – Tweedy con i suoi Wilco si è diretto disco dopo disco sempre più verso la corrente del grande pubblico.

Adesso Farrar dopo aver abbandonato le velleità da solista è tornato a farsi scudo del marchio Son Volt assoldando per questa sua nuova ventura Dave Bryson alla batteria, Andrew Duplantis al basso e Brad Rice alla chitarra. Questo l’antefatto, e il disco?

Okemah and the melody of riot: un titolo che non lascia spazio a dubbi – come del resto la copertina – Okemah, ossia la città del cantante impegnato per eccellenza, Woody Guthrie. Con la “melodia della rivolta” Farrar ha piazzato molto in alto l’asta ma per bella che sia come dichiarazione d’intenti a me pare che poi gli sia mancata l’energia per superarla. Senza dimenticare che se uno intende davvero rivoltarsi contro la modernità forse farebbe meglio a non incidere per la Sony – o che forse Jay Farrar pensa che le corporations siano una bella cosa?

Il disco inizia con Bandages & scars una canzone in cui Farrar parla di inquinamento, si chiede cosa fare e intanto ci informa di avere “the words of Woody Guthrie ringing in my head” ma la canzone passa senza fremiti, quando ecco la seconda traccia – Afterglow 61 – che si conclude così: “il figlio d’immigranti lasciò la città mineraria/elettrificò la tradizione/e lo disse chiaro sulla Highway 61”. Per chi non lo avesse capito … sì, dopo aver evocato Woody Guthrie il buon Farrar evoca l’uomo che nei primi anni ’60 ne raccolse il testimone, ossia Bob Dylan*.

Dopo aver detto chi sono i suoi modelli nella terza canzone Farrar rivela chi è il suo nemico – lo indovinate? – la canzone si intitola Jet Pilot e narra di un uomo che ama guardare le partite dei Rangers e questa è la strofa conclusiva: “il pilota di jet trovò modo di passare di grado/giunse sul palcoscenico mondiale/un emisfero più in là in mostra c’è la morte/peccati incancellabili”. Ora – a parte che Farrar ha le idee geograficamente confuse visto che il personaggio e le situazioni di cui parla si trovano tutti nello stesso emisfero – questi testi suonano tutti troppo didascalici; proprio uno dei modelli di Farrar – Dylan – ha dichiarato ormai 40 anni fa che la canzone di protesta è morta, ma il punto è che i testi di Farrar mancano dell’afflato, dell’esercizio retorico e di tutti quegli elementi che sono essenziali per fare una valida protest song. L’unica canzone con un testo all’altezza delle aspettative è Endless war. Con tutto il fascino e le storie della chitarra nel rock 6 string belief è un fiacco e grigio inno alla chitarra che certo sfigura – sullo stesso tema – dinanzi alla fantasiosa e immaginifica Rosanera di Davide Van de Sfroos.

Musicalmente il disco è di gran lunga più ispirato dei testi, la voce cupa di Farrar con gli anni ha forse perso un po’ della sua capacità ipnotica ma resta affascinante e il gruppo lo sostiene bene, manca il brano che faccia da solo l’album ma Jet pilot, Atmosphere, Ipecac e Medication sono canzoni che si lasciano ascoltare, meglio se non capite un’acca d’inglese…

In definitiva questo ritorno dei Son Volt rappresenta una delusione perché il disco - che ha di certo, come detto, momenti musicalmente felici – è di gran lungo al di sotto del livello dei modelli scelti da Jay Farrar.

*Curioso notare che i testi di Woody Guthrie rimasti senza musica siano stati musicati qualche anno fa dai Wilco di Jeff Tweedy (due bei dischi realizzati con il cantante britannico Billy Bragg, forse l’unico vero erede di Guthrie oggi) mentre – come ha rivelato Bob Dylan nella sua autobiografia – Guthrie avrebbe voluto darli a mister Zimmerman.

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