Altre recensioni di questo artista/gruppo:
Korn III - Remember who you are


Sei in - Home - Rock - Heavy Metal

Cd Cover

Artista/Gruppo:Korn
Titolo: Korn III - Remember who you are
Etichetta: Roadrunners Records
Recensore:Marco Restelli
Recensito il: 19/07/2010
Copyright: Marco Restelli per Music on Tnt

Chiunque mastichi metal in generale conosce i Korn, i padri del Nu-Metal, indipendentemente dal fatto che li ascolti o meno. Amati ed osannati da molti, odiati e snobbati da tanti, ma in ogni caso, celeberrimi.

Essendo in attività dal 1994, anche questa band è caduta in quello che potremmo definire il “blocco dell’artista”. Le idee ad un certo punto hanno cominciato a scarseggiare e, come spesso accade, i loro lavori si sono intrisi sempre più di quel sound commerciale che la maggior parte dei metallari guarda con disgusto. Complice anche la partenza di “Head” e David Silveria, gli ultimi CD (in particolar modo l’ultimo Untitled) hanno attirato non poche polemiche sulla band. In molti li hanno ritenuti finiti (altri, mai partiti).

Perciò, lecitamente, si respirava un’aria di diffidenza quando i Korn hanno annunciato l’intenzione di tornare alle radici, vista anche la presenza del produttore Ross Robinson, che portò la band a produrre il loro debut album omonimo e Life is peachy, considerati due pietre miliari del genere e capolavori della band. Si temeva un effetto alla “Death magnetic”, insomma: un sound fotocopia dei tempi d’oro apprezzabile, ma da quell’amaro sapore di plastica, di mera imitazione, che fa storcere il naso.

Korn III – Remember who you are non è facile da digerire al primo ascolto. Brutto segno? Tutt’altro!

A differenza degli ultimi lavori di cui sopra, assimilabili fin da subito (ma anche segno inequivocabile di “sell out”) il disco si dimostra in linea con quelli degli esordi, richiedendo all’orecchio di essere riascoltato svariate volte prima di essere decifrato appieno. Il che ci sembra già un ottimo passo avanti.

Dopo la breve intro, parte Oildale, già da qualche tempo pubblicata come canzone pilota, che presenta un sound ripulito dalle tastiere e dai sintetizzatori che avevano caratterizzato Untitled, lasciando invece spazio ad un basso gracchiante e potente, marchio distintivo dei Korn più belli. Ritroviamo poi un Jonathan Davis in ottima forma, con questa sua voce che viene dal profondo, rabbiosa, macabra, implorante, malata, macera… Sublime. Il platter procede lineare, dimostrando che Oildale non è un caso isolato. In tutte le canzoni dell’album si torna a sentire il vero sound dei Korn, quello che i fan aspettavano da molto tempo.

Bisogna però fare chiarezza su un punto: KORN III non è né il debut album, né tantomeno Life is peachy. Sono ancora evidenti le influenze di questi ultimi anni. Inoltre, in alcune canzoni, come ad esempio Let the guilt go, si può trovare riscontro con sonorità di album quali Untouchables. Il risultato insomma lo si potrebbe definire certamente come un tentativo di ritorno verso le origini, ma non ci si poteva certo aspettare che il lavoro degli ultimi anni venisse semplicemente dimenticato, come se non fosse mai esistito. I Korn dimostrano comunque di aver saputo sapientemente rimescolare le varie sonorità da loro prodotte per crearne una nuova, certamente più in linea con la domanda dei fan più recenti. Un altro elemento da citare è sicuramente la chitarra gestita da Munky. Dalla dipartita di Head, la chitarra singola ha pesato non poco sulle produzioni dei Korn. Anche in sede live, il suono pareva smorto, privo di quel muro impenetrabile di pura potenza musicale. In quest’album il problema appare ancora evidente, ma è molto attenuato. Infatti, la chitarra torna ad imporre finalmente la sua presenza in maniera adeguata agli standard del gruppo.
Insomma, un ottimo lavoro da parte di Ross Robinson, che una volta di più si dimostra un “regista” che sa il fatto suo.

Riassumendo: Korn III – Remember who you are ripropone i Korn sulla scena del Nu metal in maniera eccellente, donando ai fan canzoni con sonorità simili ai tempi d’oro (come Are you ready to live) senza però sacrificare le innovazioni e le fusioni con stili di loro precedenti lavori (come Let the guilt go e Never around). Certo, non un album che faccia gridare al miracolo, ma sicuramente un ottimo ibrido che potrebbe rappresentare il passaggio dai tempi bui della band ad un nuovo periodo (speriamo dorato) della loro carriera.

Con la consapevolezza, però, che solo il prossimo lavoro saprà descriverci meglio il destino dei padri di questa musica.

Questo articolo è stato letto 3360 volte.