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Freddy Mercury e l'opera italiana. III Parte.


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Queen - A Night at The Opera

Artista/Gruppo:Mercury Freddy
Titolo: Freddy Mercury e l'opera italiana. III Parte.
Etichetta:
Recensore:Ross Maya
Recensito il: 31/05/2010
Copyright: Ross Maya per Music on Tnt

INDIZI INVISIBILI

La sua vita artistica può essere paragonata a un infinito canovaccio teatrale, con colpi di scena e un finale per nulla scontato. Come Pollicino di Perrault o Gretel dei fratelli Grimm, Mercury sembra essersi divertito a lasciarci diverse briciole lungo la strada della sua carriera affinché qualcuno potesse successivamente raccoglierle. Concentriamoci quindi su questi svariati indizi che confermerebbero l’affinità tra la sua musica e il melodramma.

L’istinto teatrale di Freddie si manifesta immediatamente, già nei primi due album della band londinese: Queen (1973) e Queen II (1974). Soprattutto nel secondo long play da studio, Mercury ─ appoggiato magistralmente da tre grandi musicisti, quali erano May, Taylor e Deacon ─ ci illumina tutti, annunciando al mondo la sua verve, il suo istinto, il suo modo di concepire l’arte, doti che nel primo album erano rimaste schiacciate dalla forte influenza led-zeppeliniana.

I testi di stampo fantasy ─ racchiusi in architetture musicali semplici ma suggestive, alquanto originali per il genere ─, e le scelte di grafica (le front-cover degli album dovevano, a suo parere, rappresentare visivamente il gruppo stesso), sono le due componenti principali della miscela Mercury-Opera presente in Queen II.
In questo secondo album i quattro musicisti, fotografati da Mick Rock, appaiono in una posa granitica, “teatrale”, che ancora oggi li rappresenta.

Le parole del fotografo riassumono perfettamente l’impatto visivo di quella immagine: «[…] La copertina di Queen II è la mia preferita. Sembra che Freddie stia salendo in paradiso. Nessuna altra foto rappresenta meglio l’atmosfera androgina e decadente di quella stagione del rock». La posa scelta da Mercury è la dimostrazione grafica della sua teatralità: s’ispira infatti a Marlene Dietrich, immortalata durante le riprese del film Shanghai Express del 1931, diretto da Josef Von Sternberg.







Così, ascoltando Seven seas of Rhye, The fairy feller’s master stroke e The march of the black Queen sprofondiamo all’interno di un mondo magico e fiabesco, quasi bucolico, musicato con garbo, stile e un pizzico d’ironia. Racchiusa fra le due, sboccia la dolce Nevermore, ballata fresca come rugiada dopo un temporale. Si snoda morbida tra il fluido arpeggio del pianoforte e la voce sognante, “falsettata”, quasi celestiale, di un ancora acerbo Mercury.

Ecco alcuni versi della magia del taglialegna:

He’s fairy feller
The fairy folk have gathered round the new moon shine
To see the feller crank a nut at nights noon time
To swing his axe he swears, as it climbs he dares
To deliver…
The master-stroke […].

E ancora, La battaglia dell’Orco:

[…] Come tonight
Come to the ogre sight
Come to the ogre-battle-fight
Fa fa fa fa faa
The ogre-men are still inside
The two-way mirror mountain
You gotta keep down right out of sight
You can't see in, but they can see out
"Ooh keep a look out"
The ogre-men are coming out
From the two-way mirror mountain
They're running up behind and they're coming all about
Can't go east 'cos you gotta go south […]

Volontariamente il cantante londinese ci fa immergere in atmosfere magiche, incantate che ci riportano indietro di due secoli, precisamente a Mozart e al suo Die Zauberflöte. Leggendo il libretto di Schikaneder ritroviamo una magia bucolica antica e pura, trasportata però sul palco di un teatro dell’assurdo. Intento del librettista e di Mozart era quello di stupire e divertire. Lo stesso obiettivo di Mercury, negli anni in cui Sid Vicious e i Sex Pistols irridevano l’Inghilterra con parolacce e stonature.

Leggiamo alcuni versi del librettista tedesco:

Se potesse un tale suon
raddolcire i cuori,
fuggirebbero dall’uom
guerre, pene, orrori.


E ancora, dall’Aria n. 15 di Sarastro alcuni versi dell’Atto II – Scena 12:

In queste soglie è morta
vendetta in ogni cuor,
se cadde alcun, lo esorta
al suo dovere amor.
Amica mano troverà,
sereni luoghi incontrerà.
In queste sacre mura
ciascuno amore dà,
il traditor non dura,
l’error avrà pietà.
Chi tal dottrina amar non sa,
un uomo degno non sarà.


Guerra e amore le tematiche scelte da Mercury per i suoi primi album, tematiche onnipresenti nel libretto di Schikaneder. Bocciature, da parte della critica britannica, ai primi album dei Queen. Schernimento all’opera mozartiana. Ma, la storia ci insegna, quel che non è facilmente etichettabile o collocabile in un dato ambito, che sia musicale o letterario, non significa che non sia di pari valore, o forse anche superiore, a ciò che invece segue i parametri sociali del suo tempo. Goethe si pronunciò così sul libretto del Flauto magico:

«Ci vuole più sapere per capire il valore di questo libretto che per schernirlo».

L’affermazione di Wilhelm Furtwängler, in riferimento al singspiel, chiarifica definitivamente il legame tra Schikaneder e Mercury, mettendo in luce l’obiettivo comune:

«L’Opera non è né unicamente gaia né unicamente severa, né solo fantastica né rigorosa, né solo tragedia né commedia, ma è tutti questi concetti allo stesso piano, allo stesso tempo».

«Nell’opera si deve rendere chiaro l’influsso esercitato da una più potente natura e si deve manifestare ai nostri occhi un’esistenza romantica, in cui la lingua risulti potenziata […] e si riveli Musica e Canto […]

Così lo scrittore-compositore e critico E. T. A. Hoffmann (1776 – 1822) apriva le porte all’opera romantica tedesca nel suo saggio Il poeta e il compositore del 1813. Le sue parole sembrano recensire alla perfezione le canzoni di Mercury degli anni ’70 (principalmente quelle di Queen e Queen II) che vogliono rievocare un romanticismo perduto, piegato però alla nuova forma del rock.

Ventuno novembre 1975: questa è la data della svolta discografica dei Queen, quel giorno usciva in tutto il mondo A night at the Opera. Sebbene siamo negli anni della prima fase punk, i Queen «toccano il loro apice creativo e colgono l’essenza dei tempi per realizzare la loro “opera” più significativa».

La regalità della band si impose subito sotto gli occhi dei fan. Dalla scelta del nome per il disco, alla cover-art stessa (uno sfondo bianco con al centro il logo disegnato da Freddie in versione volutamente kitsch ─ vedi figura 4). L’album è strutturato come un’opera lirica suddivisa in scene drammatiche e farsesche. Nonostante la vocazione melodrammatica del disco, la band non rinnega le sue origini hard mettendo in luce il pianismo punteggiato del cantante e l’incisività delle chitarre di May. Ma come in ogni opera che si rispetti i protagonisti non sono soltanto due. C’è spazio anche per altri personaggi, i cui ruoli sono ben definiti. Taylor e Deacon per la prima volta scrivono canzoni destinate a finire su singoli rendendo l’album più vario, ma sono certamente May e Mercury a renderlo “lirico”.
May tenta lo scacco con la sua The Prophet’s song (che incanta, quasi ipnotizza con gli arpeggi reiterati delle chitarre e il canone semplice a tre voci nelle battute centrali). Ma ciò che rende straordinario il disco è lo stato di grazia di Freddie Mercury che esalta le sue doti di intrattenitore scrivendo due canzoni da vaudeville (Lazing on a Sunday afternoon; e Seaside rendezvous, dove il cantante, il bassista e il batterista, imitano con la voce un’intera sezione di fiati) e Love of my life, in cui fa scivolare il cuore sui tasti del pianoforte facendolo duettare dolcemente con un’arpa.

Come nelle migliori trame dei melodrammi, in cui la tragedia si compie soltanto alla fine dell’ultimo atto, anche The Opera ci serba un finale da cardiopalma con una aria memorabile in cui viene svelato il destino dell’eroe protagonista. Il disco si conclude, infatti, con la bellissima, famosissima e lunghissima Bohemian Rhapsody (vedi cap. 2.1):



Nei suoi sei minuti […] c’è l’essenza stessa del rock: l’amore e la morte, la rabbia e la paura, mamme che piangono, diavoli che tentano, l’autodistruzione di una vita dissoluta e un crimine in cui il carnefice è la prima vittima. Il tutto in una forma barocca e irregolare che alterna hard rock e lirica, passando dal pianissimo al fortissimo. E quando il sipario si chiude sulla voce di Freddie che disperde nel vento l’ultimo verso (“Anyway the wind blows…”), giunge il momento del trionfo che ha il suono dell’inno nazionale britannico rielaborato dalla chitarra distorta di Brian May.

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