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Concerti per violoncello Hob.VIIb:1, Hob.VIIb:2


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Cd cover.

Artista/Gruppo:Haydn Franz Joseph
Titolo: Concerti per violoncello Hob.VIIb:1, Hob.VIIb:2
Etichetta: Pierre Verany e RCA Victor red seal
Recensore:Massimo Primignani
Recensito il: 21/02/2009
Copyright: Massimo Primignani per Music on Tnt

F.J.Haydn: Concerto per violoncello e orchestra in Do maggiore Hob.VIIb:1. Concerto per violoncello e orchestra in Re maggiore Hob.VIIb:2 (Demarquette. Orchestre de Chambre National de Toulouse, Moglia, Pierre Verany).

F.J.Haydn: Concerto per violoncello e orchestra in Do maggiore Hob.VIIb:1. Concerto per violoncello e orchestra in Re maggiore Hob.VIIb:2. Adagio cantabile per violoncello e orchestra d’archi in Sol maggiore (dalla Sinfonia numero 13 Hob.I:13. Sinfonia concertante in Si bemolle maggiore per violino, violoncello, oboe, fagotto e orchestra (Isserlis, Chamber Orchestra of Europe, Norrington. RCA Victor red seal).


E’ universalmente noto che il Concerto in Do maggiore per violoncello e orchestra numero 1 di Haydn fu composto tra il 1761 e il 1765, con ogni probabilità per Joseph Weigl, virtuoso appunto di quello strumento a Esterhaza, mentre l’esempio congenere – quello in Re maggiore – vide la luce nel 1783 e fu destinato all’allora primo violoncello dell’orchestra dei nobili ungheresi mentori di Haydn, il boemo Antonin Kraft.

La discografia di questi Concerti per violoncello del compositore austriaco ha assunto proporzioni degne dei più celebrati lavori di repertorio, fatto abbastanza sorprendente, se si tiene conto, per esempio, che il Concerto in Do maggiore è stato riscoperto solo nel 1961 (dal bibliotecario del Museo nazionale di Praga O.Pulkert).

Le due versioni qui recensite sono offerte da due solisti fra di loro molto diversi. Nondimeno, Stephen Isserlis e Henry Demarquette si accostano a questi autentici capolavori violoncellistici in maniera, malgrado tutto, piuttosto simile.

Isserlis, che può contare sull’apporto della Chamber Orchestra of Europe e di un direttore del calibro di Roger Norrington, opta per una lettura tendente a contrapporre drasticamente i movimenti veloci da quelli centrali.

Gli “Allegro” iniziali presentano dinamiche nervose e non prive di pathos, in grado di esaltare al meglio il rapporto dialettico tra solista e orchestra. I tempi lenti vengono interpretati con la dovuta delicatezza e una piana contabilità, ma senza riuscire a rendere sempre pienamente l’incanto sottile che li pervade. Le cadenze dello stesso Isserlis non entusiasmano in maniera particolare perché, pur discostandosi alquanto dalla lezione tradizionale, non giungono a quelle vette di ardimento bizzarro che ha invece regalato il grande Monighetti della versione Harmonia Mundi.

Sono interessanti, brillanti, anche salaci, ma non indimenticabili, e non particolarmente originali.

Probabilmente questo solista, di notevoli mezzi e idee musicali, dimostra maggiore affinità con il repertorio a cavallo tra Otto e Novecento – la sua incisione del Primo Concerto per violoncello e orchestra di Saint-Saëns, con Michael Tilson Thomas e la London Symphony, non fa rimpiangere la storica interpretazione di Rostropovich.

Completano generosamente il quadro l’”Andante cantabile” estratto (forse arbitrariamente) dalla giovanile Sinfonia numero 13, e la rara Sinfonia concertante per violino, violoncello, oboe e fagotto – che non sfigurerebbe nemmeno di fronte agli inarrivabili Concerti di Mozart -, dove ha modo di mettersi in particolare evidenza l’ottimo oboista Douglas Boyd.

Da parte sua, la Pierre Verany può vantare un eccellente Demarquette, la lettura del quale, come su accennato, non si discosta evidentemente da quella del più celebrato collega. Nei tempi veloci rivela una padronanza tecnica a tutta prova che, unita a una intonazione impeccabile e ad un ammirevole fraseggio, ci mostra un solista da seguire con attenzione in futuro.

Tuttavia, Alain Moglia alla testa dell’Orchestre de Chambre National de Toulouse, si accosta ai due Concerti con una certa sufficienza, adottando incomprensibilmente tempi troppo comodi, perfettamente in linea – troppo –con quel clichè secondo il quale l’opera concertistica del “buon papà Haydn” altro non è se non melensa leziosaggine e didascalico formalismo. Ne esce, nel complesso, un’interpretazione davvero convenzionale, e, in quanto tale, sovrastata e superata da più moderni approcci critici.

Note tecniche. Registrazione in studio, stereo, ben dettagliata. Ottimo equilibrio tra solista e orchestra, buona la gamma timbrica, dinamiche molto buone.

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