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Artista/Gruppo:AAVV
Titolo: Discotheque Series 70 - 76
Etichetta: Syliphone (ristampa Syllart - Melodie)
Recensore:Giulio Mario Rampelli
Recensito il: 01/01/2007
Copyright: Giulio Mario Rampelli per Music on Tnt

La musica moderna dell’Africa nasce nel periodo postcoloniale, che va dalla fine degli anni 50 fino ai primi anni 80. Sono per l’Africa 25 anni di straordinario fermento culturale, in cui esplodono fenomeni musicali come l’Highlife in Ghana, il Juju e l’Afrobeat in Nigeria, la Makossa in Cameroon, la Rumba in Congo, e il Mbalax in Senegal.

Molta della musica di quel periodo non è mai uscita dall’Africa, al punto da divenire oggi, per molti ascoltatori appassionati e forse stanchi della mancanza di vere novità nella musica moderna dell’Occidente ipersviluppato, un vero e proprio territorio vergine tutto da esplorare. Forse è questa la ragione per cui, accanto al sempre maggior interesse per il vinile africano d’epoca da parte dei collezionisti, stanno spuntando come funghi piccole case discografiche che svolgono vere e proprie ricerche di vecchi nastri e master originali, sia di gruppi leggendari, che di altri che magari hanno registrato un solo 45 giri prima di scomparire. Progetti che si materializzano in preziose ristampe su CD di straordinario materiale d’epoca.

E’ per questo che, accanto alle recensioni di gruppi contemporanei che suonano musica tradizionale o moderna, è mia intenzione proporvi periodicamente questa musica, registrata soprattutto durante gli anni ’70, ricca di fascino, di ingenuità, e di entusiasmo. La recensione che sto per proporvi è dunque qualcosa di molto particolare, dedicata agli amanti non solo della musica, ma anche della storia e della cultura africana. Occhio, questi dischi non si trovano facilmente. Se vorrete ascoltarli dovrete dunque aprire una vera e propria battuta di caccia.

Quello che abbiamo tra le mani è la ristampa su CD della francese Syllart-Melodie di ben 7 compilation, pubblicate tra il 1972 e il 1978 (le compilation uscivano due anni dopo l’anno al quale si riferivano) dalla Syliphone Conakry, etichetta di stato della Guinea socialista, contenenti complessivamente 51 brani suonati da 15 formazioni diverse. Un totale di circa 315 minuti di musica, che hanno costituito per milioni di africani in Guinea, Mali e Costa d’Avorio la “colonna sonora” della loro gioventù. In lingua Suso la parola “syli”, di Syliphone Conakry, vuol dire elefante, il simbolo del Parti Democratique de Guinee, il partito unico del sistema politico di Guinea. Syliphone Conakry era di fatto l’unica casa discografica guineiana, e di conseguenza le compilation dei grandi successi degli anni ’70 contenuti nella Discotheque Series sono una rappresentazione completa dell’intera produzione musicale della Guinea.

Purtroppo, la pur meritoria opera di ristampa dei vecchi e storici dischi della Syliphone da parte dell’etchetta Syllart – Melodie non è stata caratterizzata da una produzione all’altezza dell’evento. La mancanza di qualsiasi intervento sul suono può essere giustificata dalla scelta di mantenerlo fedele all’originale, ma perché allora non curare la veste grafica e - soprattutto – non inserire nel CD un libretto contenente almeno le note di copertina originali?.

Ciò nonostante, i 7 dischi delle Discotheque Series continuano a rappresentare un vero e proprio pezzo di storia africana. Nel 1958 la Guinea Conakry ottenne l’indipendenza dalla Francia. Il suo primo presidente, Sekou Touré, che scelse per il suo paese l’indipendenza totale allo status di Dipartimento francese, cercò di far fronte alla crisi economica post-coloniale e alla povertà dilagante che ne conseguì orientando il governo di Guinea verso il socialismo, avvicinandosi dapprima all’Unione Sovietica, e in seguito ispirandosi al modello cinese.

Indiscutibilmente, come la storia di ogni dittatura, anche la storia della Guinea di Sekou Touré ha molte ombre. Dal punto di vista culturale, però, la Guinea fu in quegli anni un riferimento per tutta l’Africa. Forse ispirato dalla rivoluzione culturale di Mao, Sekou Tourè, assieme ad altri governanti “visionari” come il ghanese Kwame Nkrumah e il senegalese Leopold Senghor, promosse con forza un movimento di ritorno alle radici culturali africane. Nel corso di tutti gli anni ’60 e ’70 furono finanziati dallo stato progetti e programmi nell’ambito della cultura e delle arti, tra cui l’istituzione di ensamble tradizionali, orchestre da ballo e balletti di danza e musica tradizionale. Tra questi il gruppo più famoso di tutti, fondato alla fine degli anni ’40 in pieno periodo coloniale, Les Ballets Africains, divenne in quel periodo balletto nazionale, e il suo fondatore, Fodeiba Keita, fu nominato ministro dell’interno.

Il risultato fu che la musica della Guinea di quegli anni si legò indissolubilmente alla storia del suo paese. Le vecchie orchestre da ballo locali, che fino ad allora avevano suonato i ritmi caratteristici delle balere francesi, come il valzer, la beguine e il foxtrot, in alcuni casi trasfigurati attraverso il sound latino-americano che impazzava in Africa occidentale a partire dagli anni ’40 e ’50, reintrodussero con forza nella loro musica, a partire dagli anni ‘60, elementi della tradizione mandengue: la lingua malinke, l’uso delle canzoni per raccontare storie, i ritmi e le antiche melodie tradizionali. Questo straordinario scarroccio culturale è ampiamente documentato nella Discotheque Series.

Ed ecco che prese forma un sound esplosivo, coinvolgente e tiratissimo: il Conakry groove. “Groove” è una parola usata per descrivere l’intreccio ritmico sulla cui base si poggia un brano musicale, e descrive anche quel tipo di impulso elettrico che la musica è in grado di fornire al cervello e ai muscoli, soprattutto quando è ascoltata ad un volume sufficientemente alto da risultare “coinvolgente”. Quasi tutta la musica nera è “groove oriented”, basti pensare al funky o al reggae, generi riconoscibili e classificabili proprio per il loro caratteristico groove.

Il groove di Conakry si fonda, oltre che sulla classica sezione ritmica composta da batteria, basso e percussioni, anche – e soprattutto – sui micidiali riffs delle chitarre ritmiche, spesso doppi e persino tripli, sul costante appoggio delle sezioni di fiati e, naturalmente, sulla struttura antifonale data dal contrappunto tra voce solista e coro. Il sapore complessivo presenta due dominanti di base: quella afro-cubana della rumba, del mambo e del cha cha cha, unica influenza musicale esterna ammessa in Guinea nel periodo dell’embargo culturale subìto dall’Europa, e quella più propriamente africana della poliritmia, delle melodie e dei linguaggi malinke e fulani. Con il passare degli anni e l’affacciarsi delle giovani band degli anni ‘70, la componente afro-cubana tende via via a perdere di peso, lasciando lo spazio a sonorità a cavallo tra il rock e la black music americana.

L’uso della chitarra nella moderna musica mandengue meriterebbe di essere raccontato a parte. In effetti la chitarra ha attraversato la storia della Guinea a partire dai primi del ‘900 fino ad oggi, periodo durante il quale i musicisti africani hanno sviluppato un loro particolare stile - e non solo nell’area mandengue - realmente nuovo e, al tempo stesso, tremendamente africano. Nuovo e africano, perché non ha nulla a che vedere con lo stile europeo - si parla di tecniche tradizionali trasposte su chitarra quali lo stile balafon e lo stile kora - e perché sembra nascere e svilupparsi parallelamente – e non senza osmosi – in Congo, in Cameroon, in Nigeria, in Ghana e in Guinea, in pratica in tutti i paesi della costa occidentale. Da qui in poi, a cominciare dalla rumba e dal soukous congolese, l’intreccio tiratissimo di due o tre riffs arpeggiati alla chitarra elettrica diventerà il biglietto da visita della musica dance africana nel mondo.

Spero di avervi incuriosito a sufficienza, perché da adesso entreremo nel vivo della musica, andando a conoscere artisti dai nomi strani che cantano in linguaggi incomprensibili canzoni monotone che spesso sembrano non finire mai, registrate come se uscissero da un vecchio grammofono con la puntina usurata. Questo almeno direbbe mia nonna. Insomma, un sound graffia timpani, ma in grado di produrre un’atmosfera dalle caratteristiche uniche: l’atmosfera delle notti bollenti della città di Conakry dopo la “fuga” degli ultimi coloni francesi.

Orchestre da ballo

Tra le varie istituzioni artistiche statali create dal governo di Sekou Toure si distinguono le Ensamble, le Orchestre e i Ballets. Le Ensamble eseguono la musica classica mandengue con gli strumenti tradizionali, i Ballets sono compagnie di danza e musica tradizionale, mentre le Orchestre suonano musica da ballo, adottando strumenti amplificati di origine europea e latino-americana: trombe e tromboni, sassofoni, chitarra e basso elettrico, batteria, congas, organo hammond..

La Discotheque Series è una selezione musicale rappresentativa delle principali orchestre guineane degli anni ’70, a partire dalle tre più famose: Bembeya Jazz National, Keletigui et ses Tambourinis e Balla et les Balladins. Bembeya Jazz deriva dalla nazionalizzazione, avvenuta nel 1966, dell’orchestra regionale di Beyla, mentre Tambourinis e Balladins discendono rispettivamente dall’Orchestre de la Pailotte e dai Jardin de Guinee, a loro volta nate dalla divisione dalla prima orchestra nazionale di Guinea, la Syli National Orchestre. Keletigui Traore, leader dei Tambourinis, era cantante e direttore dell’Orchestre della Pailotte, mentre Balla Onivogui fu trombettista e animatore dell’orchestra Jardin de Guinee.

Tra gli “eroi” della musica guineiana il chitarrista Sekou Bembeya “Diamond Finger” Diabate e il cantante Aboubacar Demba Camara suonano con i Bembeya Jazz, il mitico sassofonista Momo Wandel, da poco scomparso, suona con i Tambourinis,mentre Sekou “le docteur” Diabate e Pivi Moriba suonano rispettivamente la chitarra solista e il trombone con i Balladins.

A completare l’elenco delle sette grandi orchestre nazionali di Guinea sono l’Orchestre de la Garde Republicaine, che in seguito divenne la Super Boiro Band, presente nella Series, l’Orchestre Feminine de la Gendarmerie, evoluta poi come Les Amazones de Guinée, la Horoja Band National e i Kaloum Star, anch’esse entrambe presenti. Infine, nella Discotheque Series sono rappresentate anche alcune orchestre regionali: i Camayenne Sofa e i Syli Authentique di Conakry, la Tropical Djoli Band di Faranah, la Bafing Jazz di Mamou.




Discotheque ’70 (SLP 23)

Waraba (Bembeya Jazz National)
Tambourinis Cocktail (Keletigui et ses Tambourinis)
Kaira (Balla et les Balldins)
Nadia (Keletigui et ses Tambourinis)
Moi, Je suis Decourage (Balla et les Balladins)
Les Virtuoses Diabate (Papa et Sekou Diabate)
Exhumation Folklorique (Demba Camara et Son Groupe)


Bembeya Jazz National è probabilmente la più straordinaria e famosa orchestra da ballo della Guinea dei tempi moderni. Il disco si apre con Waraba, un brano di Bembeya di chiaro sapore afro-cubano, la cui parte per chitarra è menzionata da Mory Kante come uno dei suoi riferimenti ai tempi del suo esordio come chitarra solista nella Rail Band. Nel ’70 Bembeya comprendeva nel suo organico due artisti a loro modo stupefacenti: il virtuoso della chitarra Sekou “Bembeya” Diabate, detto “diamond fingers” (dita di diamante), e l’animatore e cantante, nonché compositore di molti dei brani più famosi dell’orchestra, Aboubacar Demba Camara, morto nel 1973 per incidente stradale in Senegal.

Les Virtuoses Diabate è un duetto per chitarre acustiche suonato dai fratelli Kerfala “Papa” Diabate, maestro di “Bembeya” nello stile moderno, probabilmente il più grande chitarrista di Guinea dei primi anni ’60, e Sekou “le Docteur” Diabate. La cosa più incredibile è trovare, in una compilation di musica da ballo, un brano acustico solo strumentale della durata di ben 17 minuti, durante i quali potrete scoprire i mattoni di base del guitar style di ispirazione mandengue. Il brano inizia in stile kora, e infatti gli arpeggi di chitarra hanno la stessa armonia e la stessa ritmica della straordinaria arpa malinke a 21 corde. Nel corso del brano è riconoscibile a più riprese lo stile balafon, suonato da entrambe le chitarre, con il quale le classiche figure ritmico-melodiche ricorsive suonate sui tradizionali xilofoni mandengue vengono riproposte come riffs arpeggiati per chitarra.

Exhumation Folklorique, è accreditata qui a Demba Camara et Son Groupe. Il pezzo è una versione di uno dei brani più famosi di Bembeya Jazz, Super Tentemba, qui arrangiata con gli strumenti tradizionali. Gli altri quattro brani sono di Keletigui et ses Tambourinis e di Balla et ses Balladins.




Discotheque 71 (SLP 35)

J.R.D.A. (Keletigui et Ses Tambourinis)
N’Borin (Bembeya Jazz National)
Moi Ca Ma Fout (Balla et les Balladins)
La Bycicletta (Keletigui et Ses Tambourinis)
Sakoudougou (Balla et les Balladins)
Dagna (Bembeya Jazz National)
Sontilla (Bafing Jazz Mamou)
Solo Quintette (Myriam’s Quintette)
Nadiaba (Virtuose Diabate)
Toubaka (Bafing Jazz Mamou)
Sankaranka (Virtuose Diabate)


Accanto a due pezzi di Keletigui et Ses Tambourinis, con l’accompagnamento di Sannah Diabate al balafon il primo e più marcatamente latino il secondo, si possono qui ascoltare due successi mandengue di Balla et Ses Balladins: Moi Ca Ma Fout e Sakoudougou. In particolare il primo brano, dal groove irresistibile, utilizza armonie pentatoniche tipiche dell’area del Wassoulou, al confine tra Guinea e Mali, mentre nel secondo, dalla melodia decisamente malinke, si può ascoltare uno straordinario solo di “Le Docteur”, puro mandengue guitar style in chiave rock.

Due i brani di Bembeya Jazz National: N’Borin e Dagna, mentre i Virtuose Diabate non sono il duetto del disco precedente. Accanto a Sekou “le docteur” Diabate, chitarrista dei Balladins, suonano infatti Abdou Diabate e Siri Diabate.

Due i pezzi dell’orchestra regional Bafing Jazz Mamou: Sontilla e il classico mandengue, Toubaka. Infine, la traccia 8 è un brano strumentale del Myriam’s Quintette, il gruppo che accompagnava Myriam Makeba, in quel periodo rifugiata politica in Guinea per causa del regime di aphartheid vigente in Sud Africa. Il pezzo è decisamente diverso rispetto al sound standard dei CD Discotheque. Il quintetto è formato da batteria, percussioni, chitarra, basso e kora, l’arpa mandengue a 21 corde. Purtroppo, ciò che nel pezzo risalta di più è proprio la mancanza della voce di Myriam Makeba, la quale in quegli anni aveva registrato almeno due dischi per la Syliphone, di cui solo un altro brano è presente nella Discotheque Series. Per chi fosse interessato, recentemente è uscita una bella raccolta delle registrazioni di madame Makeba negli anni guineani, molte delle quali in lingua e stile mandengue, intitolata The Guinea Years (Sterns, 2001), clamorosa testimonianza dell’eclettismo della cantante sudafricana.




Discotheque 72 (SLP 40)

Kogno Koura (Pivi et les Balladins)
Madame Tolberg (Bembeya Jazz National)
Samba (Pivi et les Balladins)
Donsoke (Keletigui et Ses Tambourinis)
Djina Moussi (Pivi et les Balladins)
Kouamanfe (Freres Diabate)
Kaba Mirima (Freres Diabate)
N’Fa (Freres Diabate)


Questo terzo disco della Discotheque Series è caratterizzato soprattutto dai 3 brani dell’orchestra Les Balladins guidata qui dal trombonista e cantante Pivi Moriba. Sotto la guida di Pivi i Balladins hanno pubblicato un solo disco con la Syliphone proprio nel 1972, assieme a due 45 giri. Il mandengue groove dei Balladins è possente e incalzante, in particolare nel celebre brano Samba, in cui l’assolo di chitarra tiratissimo, decisamente a cavallo tra il rock e il funky, mostra come, nonostante la chiusura nei confronti della cultura europea, i giovani musicisti guineiani si stavano allontanando progressivamente dal vecchio sound afro-cubano, caratteristico delle generazioni precedenti, sostituendolo non solo con la musica tradizionale, ma anche con i suoni e le atmosfere che dall’America attraversavano l’Atlantico.

Gli altri brani del disco comprendono un pezzo dei Tambourins oramai virato decisamente al sound tradizionale mandengue, in cui si può ascoltare un bell’intreccio ritmico di balafon e chitarra, e tre brani dei Freres Diabate, Papa e Sekou “le Docteur”, a chiudere la compilation.

Infine, la traccia di Bembeya Jazz National rappresenta una vera e propria curiosità. Il pezzo, cantato in inglese, è un benvenuto dal sapore carioca ad una certa Madame Tolberg (che è anche il titolo del brano), in visita in Guinea. Come al solito c’è da stupirsi, non tanto del fatto che un’orchestra nazionale debba anche lavorare per il governo nelle occasioni ufficiali, quanto che un brano simile sia stato inserito da Syliphone nei grandi successi del 1972. Bah …




Discotheque 73 (SLP 45)

Super Tentemba (Bembeya Jazz National)
Were Were (Horoja Band National)
Malouyame (Myriam Makeba)
Miri Magni (Keletigui et Ses Tambourinis)
Mami Wata (Bembeya Jazz National)
Darinole (Super Boiro Band)


Super Tentemba e Mami Wata sono due tra i maggiori successi di Bembeya Jazz National, vere e proprie pietre miliari della musica guineiana moderna.. Il primo è qui registrato dal vivo con una durata di ben 15 minuti, durante i quali spiccano le straordinarie qualità di intrattenitore e trascinatore di Demba Camara. Il secondo è un pezzo Highlife di origine ghaniana, in cui la chitarra di Bembeya, suonata in stile kora, e la melodia cantata dalla voce di Aboubacar, costruiscono assieme un’atmosfera solare e rilassata.

Il secondo pezzo forte è Malouyame di Myriam Makeba, con un gruppo in cui spicca il contrasto tra kora e sezione di violini. La voce intensa di Makeba canta in lingua e in stile Malinke un brano che procede in modo maestoso in una frizzante atmsofera live. Gli altri brani sono Were-Were dell’Horoja Band National, dal sound fortemente latino, Miri Magni di un Keletigui sempre più vicino a sonorità afro-rock, in cui sul solido groove mandengue basato su organo e chitarra elettrica si alternano soli di organo, chitarra e sax, e Darinole della Super Boiro Band.

Da qui in poi il groove si fa sempre più potente e la musica si orienta verso un mandengue rock notturno, urbano e sanguigno, i cui protagonisti saranno, accanto alle orchestre nazionali come i Super Boiro e i Kaloum Star, giovani orchestre dal sound particolarmente graffiante, come Djoli Band, e gli incredibili Camayenne Sofa




Discotheque 74 (SLP 48)

Kononin (Camayenne Sofa)
Sidiba (Super Boiro Band)
Ancient Combattent (Balla et les Balladins)
Sasilon (Horoja Band)
Moliba (Kaloum Star)
Manibaly (Camayenne Sofa)
Si I Si Sa (Super Boiro Band)


Alcuni considerano questo disco come il migliore di tutta la serie. Il primo brano è Kononin dei Camayenne Sofa, un gruppo nato a Conakry dalle ceneri del Sextet Camayenne. Personalmente ritengo i Camayenne Sofa, assieme ai Super Boiro Band, fra gli autori del groove più stupefacente dell’intera scena guineana del tempo. A partire dal 1975 hanno pubblicato tre LP per la Syliphone Conakry, di cui almeno due sono rintracciabili su CD Syllart. Il brano inizia in mid tempo, sviluppando una melodia non particolarmente originale. A circa 3 minuti dall’inizio il pezzo vira all’improvviso, il tempo si fa veloce, il grove si irrobustisce, affiancando alla chitarra in wah wah e all'organo il lavoro micidiale di basso, batteria e percussioni. Si susseguono allora due assoli, all’organo hammond e alla chitarra, che lasciano senza fiato. La novità è evidente, questo è un pezzo rock.

Manibaly, sempre dei Camayenne Sofa, non è all’altezza di Kononin. L’altro gruppo che invece gareggia per grintacon i Sofa è Super Boiro Band, che appare qui con due brani: Sidiba e Si I Si Sa. Il primo è interessante, il secondo decisamente bello, con organo, chitarra, basso batteria e percussioni, ai quali si aggiunge un’ottima sezione di fiati. Gli assoli di chitarra e di organo nella lunga coda strumentale del pezzo sono trascinanti.

Moliba, dei Kaloum Star, è un brano la cui spina dorsale è rappresentata da basso e tamburi bassi dal suono cupo, quasi tribale, sul quale si inseriscono gli assolo di chitarra e di tromba. Kaloum Star, dei quali è uscito su Syliphone soltanto qualche 45 giri, hanno pubblicato un solo disco, Felenko, uscito nel 1996 per Buda Musique, dalle cui note di copertina leggo che l’orchestra è nata nel 1969 grazie alla volontà dell’eclettico sassofonista e percussionista Mamadou Barry. Per finire, Horoja Band firma Sasilon, mentre Balla et ses Balladins rappresenta le orchestre classiche con Ancient Combatant



Discotheque 75 (SLP 49)

Andree (Syli Autenthique)
Sakonke (Djoli Band)
Daba (Horoja Band)
Kha Mu Lan Ma (Super Boiro Band)
Kulumba (Camayenne Sofa)
Artistes (Horoja Band)


Prima di tutto un’osservazione: la sequenza dei brani così come è descritta sul retro del CD non è comprensibile. Per capirci qualcosa bisogna conoscere i brani, oppure leggere la sequenza corretta riportata in questa recensione J.

A mio modo di vedere i piatti forti sono tre: Sakonke della Djoli Band, Kha Mu Lan Ma dei Super Boiro e Kulumba di Camayenne Sofa. La Tropical Djoli Band de Faranah è una giovane orchestra regionale piuttosto sperimentale, che ha pubblicato un solo LP con la Syliphone, dal titolo assai evocativo: Style Savane. Sakonke colpisce per l’intreccio ritmico, basato su un infernale doppio beat di claves e campanaccio in 4/4 e 6/8, sui quali si inseriscono le linee melodico ritmiche delle chitarre e dei fiati, e si muovono, come saltando da un binario all’altro, gli assoli di sassofono e chitarra.

Kha Mu Lan Ma dei Super Boiro è un pezzo dal groove trascinante ed ipnotico, caratterizzato da uno splendido assolo di chitarra e da un altro all’organo hammond dalle tinte fortemente psichedeliche.

In Kulumba dei Camayenne Sofa, in bel brano in mid tempo, a colpire direttamente al cuore è il cantante, che interpreta superbamente il brano nel più classico stile dei grandi djeli mandengue. Decisamente piacevoli anche gli altri brani, dal romantico Andree dei Syli Autentique alle due belle canzoni di Horoja Band.



Discotheque 76 (SLP 66)

Kiti (Super Lion)
Telephone (Bembeya Jazz National)
Petit Sekou (Bembeya Jazz National)
Ah Kani (Bembeya Jazz National)
Kana Sarakabo (Bembeya Jazz National)
Sina Mousso (Bembeya Jazz National)


L’ultimo disco della Discotheque Series è un omaggio ai Bembeya Jazz senza Aboubacar Demba Camara. Infatti, tranne il primo brano, che è anche l’unico registrato dalla semisconosciuta band dei Super Lion, Gli altri 5 pezzi sono tutti firmati Bembeya. Dall’assenza della voce di Demba Camara Bembeya Jazz si solleverà solo agli inizi degli anni ‘80, grazie all’arrivo del giovane cantante prodigio Sekouba Bambino Diabate.

Nei brani qui rappresentati la parte del leone la fa Sekou Bembeya, in forma più che mai. Il brano Petit Sekou è un vero e proprio inno kitch al grande chitarrista, un brano strumentale costituito da un unico, lungo, vibrante e appassionato assolo di chitarra in stile Santana, interrotto soltanto in due momenti, prima dalle risa sguaiate del resto della band, poi dall’annuncio del nome dell’unico vero protagonista: Diamond Fingers.

In Telephone, un pezzo dance, cominciano a sentirsi le prime influenze del sound tipico del soukous congolese di Franco Luambo e Tabu Ley. Negli anni successivi il ritmo del soukous e lo stile chitarristico delle band di Kinshasa diverrà una costante in tutta la musica da ballo africana. Anche i grandi chitarristi mandengue, come Sekou Bembeya e Kante Manfila ne saranno influnzati, anche se, grazie alla loro personalità, sapranno mantenere nel loro stile un forte sapore mandengue. Anche le altre canzoni sono belle. L’anno scorso, però, è uscita per Sterns una straordinaria raccolta in due CD di Bembeya Jazz, intitolata The Syliphone Years. Una compilation ricca, ben selezionata e corredata di un libretto pieno di informazioni e fotografie, insomma un disco assolutamente consigliato, da acquistare al posto di Discotheque 76.

Siamo arrivati alla fine degli anni ’70, e anche del nostro viaggio virtuale. Il sogno di Sekou Touré comincia a svanire, e il suo posto è preso dalla precisa sensazione che in Guinea Conakry non stia decollando un bel niente, tranne la musica. Il presidente morì pochi anni dopo, e con lui la Syliphone Conakry. Di quel periodo restano alcuni eroi, come Diamond Fingers, che ancora oggi registra dischi capaci di toccarci il cuore. La scena musicale di Conakry è sempre in fermento, e non potrebbe essere altrimenti: in una società in cui la cultura si trasmette da secoli da una generazione all’altra, un passato musicalmente così ricco non può che produrre frutti maturi e originali. Ma questo è l’argomento di un’altra storia.

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