Altre recensioni di questo artista/gruppo:
Myamba


Sei in - Home - World Music - Africana

copertina di Myamba di Omar Pene

Artista/Gruppo:Pene Omar
Titolo: Myamba
Etichetta: Faces
Sito: www.faces.fr
Codice: 6122332
Recensore:Giulio Mario Rampelli
Recensito il: 01/01/2007
Copyright: Giulio Mario Rampelli per Music on Tnt

Quasi 20 anni fa la musica popolare senegalese esplose a livello internazionale grazie soprattutto a Youssou N’Dour, il poliedrico griot senegalese di etnia wolof che nei primi anni ’90, dopo aver collaborato con artisti come Peter Gabriel e Ryuchi Sakamoto, pubblicò alcuni album solisti che ebbero un successo mondiale e lo fecero conoscere ovunque. Uno su tutti, il suo single Seven Seconds, in duetto con Neneh Cherry, entrò a far parte della coscienza rock collettiva come forse nessun altro brano africano è mai riuscito a fare.

Prima che tutto ciò accadesse, durante gli anni ’70 e ‘80, il giovane Youssou N’Dour era il leader di un gruppo, gli Etoile de Dakar (ripubblicati da Stern’s), i quali furono tra i protagonisti della nuova musica senegalese, l’infernale mbalax, nata in opposizione alla musica delle vecchie orchestre da ballo quali l’arcinota Orchestre Baobab, che suonavano essenzialmente canzoni tradizionali infondendovi un forte sapore latino-americano. I roventi night-club di Dakar, una città che era un crocevia di diverse vite e culture affacciato sull’Atlantico, erano l’arena in cui si rinnovava ogni notte una sfida tra due band, gli Etoile di Youssou N’Dour e i Super Diamono di Omar Pene (anch’essi pubblicati da Stern’s), i quali incarnavano rispettivamente due differenti anime della musica mbalax: più borghesi, raffinati e gentili gli Etoile, più popolari, ruvidi, cattivi e urbani i Diamono.

Grazie alle sue straordinarie collaborazioni Youssou N’Dour sfondò a livello internazionale, raffinandosi e ingentilendosi ancor più, mentre Omar Pene rimase ostinatamente attaccato alle sue radici e alla gioventù senegalese – Diamono significa, in lingua wolof, “generazione” - continuando a produrre mbalax come negli anni ’70, con gli inconfondibili e incalzanti ritmi di sabar, le chitarre elettriche in levare, la voce dagli acuti come fossero ruggiti di gatto selvatico e il coro femminile in continuo rinforzo.

Oggi, all’inizio del 2005, Omar Pene è ancora un musicista integro, apprezzato e amato soprattutto nella sua terra di origine. Ed è mantenendo la sua integrità che pubblica, con una giovanissima etichetta francese, questo album interamente acustico. Si, avete capito: anche Omar Pene ha gettato chitarre elettriche e tastiere sintetiche per imbracciare, come richiede oggi il mercato, solo strumenti acustici; ma la sua musica non cambia, se non per planare verso sonorità più intime e naturali. Il disco che ne esce fuori lascia incantati.

Accanto a Omar Pene ci sono Mamadou Conaré alla chitarra acustica e Pape Dembel Diop al basso, entrambi in passato assieme ai Diamono, poi Mamadou Ndiaye al sabar, Dieynaba Koité e Diarra Gueye ai cori, ai quali si aggiungono i bassisti Jules Bikoko e Laurent Vernerey, il chitarrista Jean Cristophe Maillard e un altro percussionista, l’argentino Minino Garay. Voce solista e coro, chitarra, basso e percussioni. Una musica scarna, essenziale, quasi stilizzata, ma allo stesso tempo scura, vibrante come una corda tesa.

La voce di Omar Pene è un’icona del mbalax dei wolof: potente, giocata soprattutto sui timbri acuti e sulle consonanti gutturali che graffiano la gola di chi le pronuncia e i timpani di chi le ascolta. I cori femminili sono belli, sottolineano e aprono la musica. Chitarra e basso sono strumenti soprattutto ritmici, e servono a sostenere le voci. Ma la dominante della musica la fanno le percussioni. Il ritmo senegalese del mbalax è un biglietto da visita inconfondibile, sia esso suonato da un piccolo tamburo che da un’intera orchestra di sabar. Gli accenti sono schianti secchi, inseriti in una struttura circolare a onde successive, in cui il feeling si trasmette nelle asimmetrie tra silenzi e accelerazioni. Una delle cose più belle di Myamba, dietro alla quale si rischia di perdersi, è l’arte di Mamadou Ndiaye, un autentico maestro di sabar: da solo costituisce una valida ragione per ascoltarlo.

Anche se la splendida registrazione è stata effettuata in uno studio di Parigi, questo disco emerge direttamente dalla polvere delle strade di Dakar, dall’odore delle spezie e del pesce dell’oceano lasciato essiccare al sole, dalle ombre della notte in cui, sopra al canto estenuante dei grilli, si fa strada una musica piena di orgoglio, di forza e di poesia. E’ un onore e un piacere salutare un eroe della musica senegalese che, pur continuando a rimanere ostinatamente fedele a sé stesso, riesce questa volta ad arrivare davvero lontano.

Questo articolo è stato letto 6567 volte.