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Don't Mean a Thing


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Artista/Gruppo:Da Black Jezus
Titolo: Don't Mean a Thing
Etichetta: 800A Records
Sito: www.800a.it
Recensore:Loris Gualdi
Recensito il: 07/12/2014
Copyright: Loris Gualdi per Music on Tnt

Sono prevenuto. Lo confesso. Ma quando arriva in redazione un disco edito dalla 800A Records…so già, di per certo, che il disco non può che essere meritevole di ascolto. Oggi, ancora una volta, la mia convinzione trova terreno fertile in Don’t mean a thing, extended played d’esordio dei Da Black Jezus, interessante duo acustico, abile ad intercalare il blues verso ritmiche soul di stampo minimale. Echi beat e stilemi autoriali che, partendo dalle pendici Nebrobi, giungono a dipinti velati dai caldi cromatismi proposti dalle toniche. Un invito alla musica mediante idee visive, che affondano le loro radiche nella quotidianità, qui vissuta in modo a tratti immateriale.



Una sorta di avvolgente e curata melanconia beat-soul in grado di convogliare le energie espressive verso implosioni emozionali, ben definite dalla logistica concettuale della coverart, interessante specchio espositivo di Luca Impellizzeri e Ivano Amata.

Le prime parole che mi sono venute naturali dopo i primi due passaggi della titletrack sono state banalmente: “Wow…niente male!”. Una straordinaria vocalità nera, immersa nell’ onirismo descrittivo, mediante una delicata ridondanza, pronta a ricamare piccoli passaggi alla sei corde, attraverso genuini e ben sviluppati movimenti, in cui le dita si spostano sul manico della chitarra rappresentando il suono del calore e dell’essenzialità del brano.
L’impressionante capacità tonale ci avvolge con Call you mine e con la soffice e vellutata atmosfera di i’ll be dry, ammaliante traccia in cui la nebbia notturna cala sulle note, da ascoltare attentamente osservando la semplicità della mondo.

Se poi non mancano stilemi d’incrocio tra soul e rap, tra i brani migliori di questo prezioso extended played annoveriamo le sensazioni finger pick di Sometimes , che da sola vale il prezzo del disco. A chiudere l’Ep è infine For my pretty little tear, brevissima track strumentale in cui le parole lasciano il posto alla comunicatività emozionale della sei corde, osservativa e per certi versi calmierante.

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