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III Lux Infera


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Artista/Gruppo:SACRILEGIOUS IMPALEMENT
Titolo: III Lux Infera
Etichetta: Woodcut Records
Sito: www.woodcutrecords.com
Recensore:Loris Gualdi
Recensito il: 25/11/2013
Copyright: Loris Gualdi per Music on Tnt

È lenta e graduale, penetra all’improvviso attraverso una struttura sonora claustrofobica, ma non pura: è la musica dei Sacrilegious Impalement, finnica black metal band, che non sembra volersi legare alle tipiche sonorità estreme del BM oltranzista, anche se l’approccio iconico-sonoro della band non può che condurci tra le nere croci inverse di un oscuro mondo, qui sfregiato dalla misantropia e dalla morte, immersa all’interno di nere nebbie avvolgenti. Proprio l’alata mietitrice della cover art, sembra invitarci a sé tra i toni monocromatici, per prodigarsi gradatamente verso stilemi tipici del genere, ben definiti da brani come Down for grim Lord che , rispetto all’opener, appare più incentrata nel mondo dell’oscuro corpse paint, attraverso la sua crudele andatura marziale, da cui il blast beat incessante e i rimandi growl, arrivano ad emergere con naturalezza su stratificazioni cripto armoniche, dimostrazione di come queste onde nere non vogliano chiudersi in un massimalismo sonoro, che qualcuno potrebbe attendersi dopo i primi due capitoli.





Strutture creative come Scars for scarred one sembrano voler aprire le ali blackned per poi alimentarsi in un falso finale, attorno a ritmiche più lineari e convenienti nell’economia descrittiva di un vortice soffocante. Con For Sins of the pigs non mancano incoerenze minimal doom, (forse) meno convincenti rispetto al black death di Throungh punishing gate, lirica incanalata, con i suoi cambi di tempo, verso un’oscurantista versione nera di sperimentalismo sonoro. Senza sosta si riparte verso le meditazioni overline di Behead the infants of god, tanto ardita quanto interessante, per l’ardore e per il suo ardire, che si pone come proposizione adeguata a sciogliere il corpse paint intergralista in cerca di vero black. Quel black che troviamo nudo e puro (virato sul depressive) nella perfetta chiusura di Deliverance from unknow, presumibile atto di (non) purificazione nei confronti di un mondo inquieto, inquinato da rigurgiti eccessivamente aperti all’inatteso.

Insomma..un disco che forse avrebbe potuto essere più efficace deviando se stesso verso il depressive suicidal BM, ma che, con coraggio e (presumo) coerente disinteresse verso il “fuori”, indirizza il quartetto in direzione di un opera terza difficile da interiorizzare, soprattutto per chi ama le esagerazioni.

Starà a voi cercare di capire ed accogliere ...a patto di uscire dagli schemi rigidi di cui spesso il black si nutre.

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