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Towards escalation


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Artista/Gruppo:Craven Idol
Titolo: Towards escalation
Etichetta: Dark Descent Records
Sito: www.darkdescentrecords.com/
Recensore:Loris Gualdi
Recensito il: 17/11/2013
Copyright: Loris Gualdi per Music on Tnt

L’attesa, iniziata qualche mese addietro, trova oggi piena soddisfazione … la Dark Descent Records ha finalmente dato alle stampe l’atteso debut dei Craven Idol, band londinese arrivata a Towards escalation, attraverso la spinta di To Summon Mayrion, singolo d’entrata e opener d’impatto, in grado di trascinare l’ascoltatore tra corrotti canti gregoriani atti a tracimare sinergie lascive, pronte a crollare al suono magnificamente retrò del thrash metal proposto dalla band. Un approccio scarno e genuino, che nei suoi riff introduttivi sembra voler ricalcare la genesi dei Possessed.

Proprio da tale reminiscenza pare emergere la regolarità espressiva della sei corde, pronta a raggiungere in un accorto abbraccio sonoro un uso ponderato delle pelli che, nel loro andamento dialogogico, mostrano il loro lato black.

Il full lenght appare preparato ad offrire rimandi grafici vicini al primo mondo Celtic Frost, grazie alla matita di Paolo Girardi, abile nel manifestare gli intenti di una band sull’orlo di un precipizio. Proprio dai margini artistici di un particolare e visionario mondo , il gruppo si spinge sul bordo dello speed con Golgotha wounds, in cui controcanti narrativi accrescono il pathos descrittivo, tra un falso finale e un’inattesa modulazione armonica, rinchiusa in un pletorico epilogo. Il viaggio prosegue con Craven Atenement, grazie al quale si riparte a pieno regime. Il basso avvolgente nella sua semplicità consente al suono di diversificarsi in una sorta di breve suite, mentre la narrazione muta in maniera vorticosa, arrivando a destabilizzare l’ascoltatore, più volte trainato a ridefinire il sentiero tracciato.



Se poi Left to die appare meno a fuoco, è con i sentori Heartwork di Codex of seven dooms e le immagini cripto punk di Orgies che la linea di cantato arriva al primo Tom Araya, pervenendo ad osare ben oltre i cliché sui generis, proprio come dimostra l’entropia sonora di Aura of undeath che, come il disco stesso, appare un ottimo episodio sinergico tra l’old school e i nuovi orizzonti.

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