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Fabio Treves

Non ama i fighetti che si fingono bluesmen, suona con la stessa passione di fronte a 300 o 10000 per-sone, soffia sull’armonica da 30 (o 40?) anni, basta accennare ad un artista o a un concerto o ad un pez-zo blues e si allarga in un sorriso che abbraccia.

Fabio Treves a 60 e più anni è un ragazzone che dal vivo trascina come pochi altri e che ha l’entusiasmo degli esordi. Ha suonato con i grandi (compreso quello che per lui è stato il più grande: Frank Zappa) ed ha un curriculum irreprensibile.

I più curiosi possono uscire da qui e farsi una capatina su www.trevesbluesband.com per rendersene conto. Gli altri stiano qui a leggersi l’intervista e le brevi note su uno show beccato al volo in una afosa estate sarda.

Accompagnato dal fido Tino Cappelletti al basso e dai due giovani della band (“Abbassano la media anagrafica del gruppo” dice), Ale “Kid” Gariazzo alle chitarre e voce, Massimo Serra alla batteria e percussioni, Fabio Treves riesce a dar fuoco anche ad una platea di cubetti di ghiaccio. Adatta lo show ogni volta, inventa, scende tra la gente, suona in acustico – nel senso di nessuna amplificazione! – scherza, diventa protagonista e comprimario a seconda della necessità, dell’estro, della fantasia. Tanto che la Treves Blues Band non è il gruppo “di” Fabio Treves ma “con” Fabio Treves e ogni com-ponente ha un ruolo e uno spazio di primordine: insieme fanno andare una macchina che in Italia ha pochi eguali.

Nel repertorio brani propri dal nuovo “Bluesfriends” (“Stand up and rise”, “Windy City Blues”…) e classici elettrici della scuola di Chicago e di New Orleans. Accanto a versioni magistrali di Jimmy Reed, di John Lee Hooker, di J.B. Lenoir, di Eddie Floyd (più un accenno a “Baby Please don’t Go” di Sonny Boy Williamson) cioè a buona parte della Mecca del blues c’è l’omaggio galoppante a Chuck Berry (“Roll Over Beethoven”) e alle radici più profonde: il “treno” fatto con l’armonica (“lo strumento principe del blues” dice Treves) e senza microfoni, “Can’t be satisfied” di Waters con mandolino e armonica in acustico, il “solo” di pentole e asse da lavare (washboard) di Massimo Serra, il tutto a un metro dalle prime file di un pubblico via via più sorpreso.

D: Ma è sempre così?

Treves: Sempre. Non importa dove suono e quanta gen-te c’è. E’ importante che quelli che ci sono riman-gano incollati lì. Anzi, più il pubblico è tiepido, perché magari non conosce il blues, più la sfida di-venta interessante. Alla fine è bello vederli ancora tutti lì, a spettacolo finito che vengono a salutar-mi o sapere che molti di loro si sono fatti centi-naia di chilometri per vedere il concerto. Tutte le volte che si suona c’è qualcuno che è rimasto stre-gato dal blues, che porterà qualcun altro…Si diventa subito amici. E’ una catena infinita

D: Il blues non muore mai?

Treves: No. Perché è vero, è fatto di passione, su-dore, fatica. Che non è esattamente quella roba che si vede i certi fighetti. Alla gente questa cosa ar-riva diretta all’anima, ne è conquistata, capisce che non c’è finzione, pose, atteggiamenti costruiti. Il blues è anzitutto uno stile di vita, schietto e senza infingimenti. Non c’entra quanto guadagni ma piuttosto quello che dici e quello che arriva alla gente. Basti pensare che la Treves Blues Band suona davvero dappertutto. E sono trent’anni che faccio ‘sta vita qua. Quale altro gruppo fa un’attività di questo tipo?

D: Anni fa è stato consigliere comunale a Milano. Ripeterà l’esperienza?

Treves: Assolutamente no. Non c’è alcuna possibilità di lavorare con serenità. In politica i partiti, i gruppi, le persone, l’approccio è lontano da quello che intendo io. Purtroppo sono situazioni che non cambiano neppure dopo anni. Un’esperienza, certo. Però da non ripetere.

D: Quale disco recente l’ha colpita maggiormente?

Treves: Quello di Charlie Musselwhite, veramente bello

D: E’ vero che il suo armonicista preferito è Jerry Portnoy?

Treves: Si. Dopo che ha lavorato a “Me & Mr. Jo-hnson” di Clapton gli ho chiesto che differenza ci fosse tra suonare oggi con Clapton o ieri con Muddy Waters, mi ha risposto: “Diverse migliaia di dolla-ri. Ieri magari dovevo guidare il furgone”. Grande.