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Nel 1959 quando una moriva l’altra nasceva.

C’è qualcosa di profondo ed intimo che lega Billie Holiday e Rossana Casale e non è solo una curiosa coincidenza di anni. E’ evidente quando la cantante italiana, vista e incontrata dopo un suo recital al teatro Alfieri di Cagliari all’interno della rassegna “Forma e Poesia nel jazz”, racconta della vita, delle emozioni, delle perdite e degli amori della cantante afro-americana e lo fa tra una canzone e l’altra. E’ persino didascalica nel suo soffermarsi e voler trasmettere, difficile a parole, il pathos e le vibrazioni, l’immedesimazione che stanno dentro un pezzo, nel testo, nell’interpretazione, nelle nuances delle note, nelle coloriture degli strumenti.

Non a caso lo spettacolo si chiama “Billie Holiday in me” che al pari di “Jazz in Me” è una autentica dichiarazione d’amore nei confronti della musica jazz e completa un percorso che l’ha portata dal pop italiano leggero al confronto con i mostri sacri della novecento musicale mondiale. In “Strani frutti” l’ardimento e l’omaggio era nei confronti delle “maledette” (o “benedette” dice) signore del canto: Edith Piaf., Dalida, Judy Garland, Marylin Monroe, Janis Joplin, Elis Regina, Mia Martini e la stessa Billie Holiday, dal cui struggente brano “Strange Fruit”, sul linciaggio della gente di colore, prese le mosse tutto il progetto.

Ora la vocalist regina dal timbro inconfondibile rivive nelle rivisitazioni della Casale. Non reinterpretazioni o adattamenti ma piuttosto un’attenzione quasi calligrafica verso gli originali. Cambia il sentimento, il feeling e, ovviamente, il timbro.

La Casale non ha, La Palisse ci perdoni, le corde vocali, la capacità polmonare, la conformazione toracica, il diaframma e tutto quello che concorre alla formazione di suoni umani di una donna di colore. E, vieppiù importante, non ha, per fortuna, il vissuto di sofferenza, disagio e sfruttamento dei neri americani e in particolare delle donne nere, negli anni in cui ha vissuto Billie Holiday. Questo vuol dire molto o poco, significa tanto o niente, a seconda dei gusti e della propria formazione musicale e dell’approccio che si ha nei confronti dell’evento. Fatto è che reinterpretare classici come “Body and Soul”, “Lover man”, “God Bless The Child”, “Your Changed” la stessa “Strange Fruit” rispettando le armonizzazioni e i temi originali, come in un’antologia di citazioni, è operazione non facile e persino rischiosa.

Rispetto per chi lo fa con passione e onestà intellettuale. Accompagnata da un quintetto di prim’ordine composto da Roberto Regis (sax alto e soprano), Luigi Bonafede (pianoforte), Aldo Mella (contrabbasso) e Francesco Sotgiu (batteria), Rossana Casale veste i panni di Lady Day in un concerto dai toni soffusi, delicati e dalle tinte pastello.

Ecco riassunta la cordiale chiacchierata con l’elegantissima, biondissima Lady del jazz italiano.

D: Come nasce “Billie Holiday in me”?

Rossana Casale: Dopo aver fatto le “maledette” del Novecento ho approfondito la figura di Billie Holiday, come cantante e come donna. Una persona che ha sofferto come lei, per essere una donna e di colore, meritava una ricerca più profonda. Ho voluto scavare nell’animo, immedesimarmi, cercare un modo per raccontare Billie e la sua esistenza. Questo è stato possibile anche grazie alla grande sensibilità dei musicisti che mi accompagnano che sono, prima di tutto, degli amici.

D: C’è però una particolare sintonia, non solo la voglia di raccontare…

Rossana Casale: Occorre dire che io ascolto musica jazz da sempre perché a casa quelli erano i dischi dei miei genitori. E tra questi in particolare c’erano quelli di Billie Holiday. Sono cresciuta ascoltando i suoi dischi, è diventata una compagna di vita e di viaggi. Oggi scavo in quei ricordi e in quelle sensazioni, è naturale che in qualche misura faccia parte, del mio “essere” interprete.

D: Considerati gli standard che propone perché la scelta di un quintetto e non, per esempio, un trio?

Rossana Casale: Dipende molto dal contesto e dalle situazioni. E’ uno spettacolo che capita di proporre anche con una configurazione strumentale diversa, in trio va benissimo,ma si tratta di una scelta dettata dalle circostanze in cui ci si trova a dover suonare. Con il quintetto si riesce a raggiungere un incastro ritmico fantastico.

D: Se da più parti pare assodata la via europea, esiste una via italiana al jazz o dobbiamo pagare ancora molti debiti all’America?

Rossana Casale: in Italia ci sono moltissimi musicisti bravi e di altissimo livello e non parlo solo di esecutori ma di compositori. Un nome su tutti Franco D’Andrea ma lo stesso Luigi Bonafede che mi accompagna in quest’esperienza è un autore di primo piano. Purtroppo però si fanno suonare solo i grandi nomi, quei 4 o 5 soliti che fanno cartellone. Sarebbe più giusto che la gente potesse ascoltare altri talenti, avere la possibilità di allargare le proprie conoscenze musicali, invece per scelte di pochi tutto rimane abbastanza statico.

D: Mancanza di coraggio da parte di organizzatori, promoter, discografici, teste d’uovo di radio e tv?

Rossana Casale: Più che mancanza di coraggio spesso si tratta di mancanza di cultura e di intelligenza. Gli organizzatori non di rado propongono festival e serate jazz perché adesso va di moda, ma non sanno neanche di cosa parlano. Il jazz in questo momento “tira” e loro organizzano. Basta mettere in fila un paio di nomi noti. E’ quello che sta succedendo nel musical: se non c’è il nome di richiamo, in genere un nome televisivo, la gente non va a teatro. Una prassi che non investe nel futuro e non produce risultati duraturi.

D: Lei “racconta” la storia delle canzoni. Quanto sono importanti i testi per un’interprete?

Rossana Casale: Per me sono fondamentali. Non riuscirei mai a cantare un testo che non abbia un significato profondo, che non sia sentito o anche solo bello, poetico. Nel jazz, come negli altri generi, ci sono brutti testi che magari “suonano” bene ma finisce lì. A me invece devono trasmettere emozioni, per questo do loro molta importanza.

D: Lei ha partecipato in Tv ad “Operazione trionfo”: è una esperienza che ripeterebbe?

Rossana Casale: Ai tempi di “Operazione Trionfo” avevo delle esigenze personali per cui dovevo rimanere a Roma. ”Operazione trionfo” altro non era, pur resa televisivamente, se non una scuola di musica e in questo senso interessante. E’ stata anche un’esperienza forte dal punto di vista emotivo, specie per i ragazzi che stanno facendo in parte la strada che ho fatto io, ma oggi non la ripeterei.

D: Il lato pop o più commerciale della sua vita di artista…

Rossana Casale: La musica pop o quella che definiamo leggera italiana non necessariamente equivale a commerciale. Può essere commerciale ma avere anche altri aspetti, per esempio può essere cantautorale o di un certo impegno. Ora se ho iniziato un’immersione nel jazz e negli autori del Novecento (sua anche la partecipazione al progetto “Jacques Brel in me” ndr) è perché veramente sentivo quest’esigenza. Si trattava solo di trovare le persone intorno per fare esattamente ciò che volevo fare. Oggi ho questa possibilità ed è la strada che al momento mi interessa percorrere.

© Giuseppe Moro per www.music-on-tnt.com