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Titolo: Storia del Progressive capitolo 3
Rubrica:
Recensore:Alino Stea
Recensito il: 24/11/2007
Copyright: Alino Stea per Music on Tnt

Da tutto questo proliferare di idee, di suoni, di gruppi è quasi totalmente estranea l’America: perché?

Il progressive, primo tentativo consapevole (e fondamentalmente riuscito) di nobilitazione, non solo culturale ma anche artistica, del rock, è (lo abbiamo visto) un fenomeno essenzialmente inglese (con diramazioni europee soprattutto in Francia – i MAGMA –, in Olanda – i FOCUS –, in Italia – la PFM, il BANCO DEL MUTUO SOCCORSO, le ORME, il primo FRANCO BATTIATO –, in Germania – la cosiddetta musica cosmica dei TANGERINE DREAM, dei FAUST, dei CAN –) proprio perché nella vecchia Europa, per motivi legati alla nostra storia, alla nostra sensibilità, alla nostra cultura, l’arte (intesa come l’espressione più intima, vera e sofferta dell’animo umano – e il vero rock, come la vera musica, è arte!) ha, ormai da secoli, una sua identità e una sua autorevolezza ben definite e comunemente accettate.

Negli Stati Uniti, invece, la concettualizzazione della musica rock ha sempre stentato ad attecchire a causa della visione semplicisticamente giovanilistica del rock’n’roll, a causa dell’origine nera (e quindi automaticamente subordinata) del blues (nobilissimo progenitore del rock) e, infine, a causa e in nome di un falso e fuorviante spontaneismo popolare stereotipato che mal si attaglia alla cultura intesa solo come concetto ‘alto’.

Così, in questo contesto, gli unici gruppi che tentano un discorso progressive in America sono i VANILLA FUDGE (con qualche buon risultato) e i PAVLOV’S DOG, ma nulla di paragonabile a ciò che accade, come abbiamo visto, in Europa e, segnatamente, in Inghilterra.

E non essendo il progressive un estetico fenomeno asettico ed estemporaneo, ma (come qualsiasi altra espressione culturale e artistica dell’intelletto umano) un concetto culturale e una modalità artistica creati e sviluppatisi in un preciso contesto storico e sociale, con precise e ineludibili coordinate spaziali e temporali, il progressive, dicevo, come ha uno specifico e motivato inizio, così ha una specifica e motivata fine: con l’avvento di un nuovo modo di concepire, intendere e suonare il rock, ossia il punk prima e la new wave poi, il rock progressivo perde la sua ragion d’essere e tanti dei suoi gruppi cardine o scompaiono o si riciclano secondo le nuove esigenze o continuano a ripetere stancamente quei soliti schemi musicali (ma ormai privi sia di agganci con la realtà che di mordente creativo).

Prima di concludere è giusto, comunque, ricordare la comparsa, nella prima metà degli anni ’80, dei MARILLION del cantante Fish: la piacevole, per quanto pedissequa, riproposizione degli schemi genesis-gabrieliani, nasconde, tuttavia, una profonda decontestualizzazione e uno svuotamento delle originarie e reali tensioni emotive, tali da renderla sostanzialmente inutile.

La stagione del progressive, volendo tirare delle sia pur sommarie conclusioni, è il primo – quanto a reale coscienza di intenti – momento in cui, nel rock, c’è un reale connubio tra la forma e il contenuto, cioè tra le istanze primariamente tecniche a livello di composizione e perizia strumentale e la voglia irrefrenabile di esprimere – con la voce e col suono – i moti più reconditi dell’animo umano, dall’affranta e più abissale disperazione alla più luminosa e svettante ebbrezza del vivere.
In parole povere, col progressive fa per la prima volta capolino nel rock la splendida consapevolezza tutta umana della sensibilità romantica.

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