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Recensore: Pier Luigi Zanzi
Editoriale del: 16/01/2016

Titolo: Due chiacchiere sul 2015

Qui su Music on TNT abbiamo più volte, lungo la storia della webzine, voluto raccontare l'anno trascorso con qualche editoriale; righe scritte talvolta all'impronta e talvolta meditando a lungo, desiderosi di riflettere assieme ai nostri lettori sulle cose belle successe in musica. Stavolta -ne parlavamo al telefono giorni fa col nostro direttore di Music on TNT preferito- l'impresa ha aspetti tragicomici.

Uno ci prova, sì mette a pensare con dedizione e tira fuori i lavori innovativi, le genialate dell'anno, gli eventi musicali che hanno "spaccato". Mettici pure che siamo appunto un magazine sul web, che siamo contenti di parlare un po' pop, non tanto per amor di genere ma anche solo per la voglia che in tanti leggano o che la cosa riguardi tanti, e quindi andiamo a vedere se si è mosso qualcosa in un ambito che sia un pochino digeribile dai più.
Premessa doverosa, quella fatta qui sopra, perché altrimenti a me in questo 2015 è piaciuto Max Fuschetto col suo progetto Sun Na di cui potete leggere la recensione in queste pagine, oppure mi è piaciuta (con qualche obiezione da ignorante) l'Offerta Musicale di Bach proposta da Bahrami, o ancora mi è piaciuto e con tutta probabilità continuerà a piacermi il coraggioso, appassionato, corposo lavoro di produzione con cui Leonardo Pavkovic e la sua Moonjune Records stanno continuando a sfornare da anni musica di qualità a prezzi contenuti, tra progressive, jazz, rock, sperimentazioni e viaggi lungo confini sonori. Nuovamente, inoltre, Dino Betti Van Der Noot ha lasciato venir fuori con Notes are but wind una musica viva, libera di carne e testa, materica e fluida insieme, in un progetto che dovete ascoltare perché gli strumenti vibrano e i musicisti stanno tutti attorno a un'idea con le loro.

È dopo questa premessa e dopo questi nomi (e dopo l'invito che vi rinnovo a comprare in qualunque modo questa buona musica ed altra), è dopo qualche bel brano, è dopo qualche valido altro episodio che resto perplesso.

Perché non c'è molto altro.

Le idee, la genialità, le novità, l'inatteso. Manca tutto questo.
Non è questione del tipo nostalgia di Frank Zappa (che rimarrebbe nostalgia a prescindere, anche se non ne parlassimo mai più), non è l'età che avanza e i bei tempi da ricordare, non è qualunquismo. Non è nemmeno colpa mia se al Piper 40 anni fa suonavano i Genesis e adesso non proprio. Non è colpa mia neanche se quest’anno pure i Blur, per dire, insomma, ecco, bravi ma. Anche perché non sto attendendo invano il ritorno di Beethoven; mi bastava pure tornare soltanto a qualcosa di nuovo che ascoltavo da Beck, a qualche impertinente patchwork degli XTC.

Niente. Il notizione pop-rock dell'anno sulle nuove uscite è stato il nuovo lavoro di David Gilmour.
Oddio, nuovo lavoro.
Il lavoro. O mestiere.

È sufficiente rispondermi da solo che il tutto succede perché Spotify rovina il mercato?

No.
Ci ho pensato. Gli spazi tra le righe sono qui perché ci ho pensato.

No.
Spotify è un modello nuovo di business, grazie al quale con dieci euro al mese ascolti un sacco di roba. Proprio tanta. Al momento non ci ascolti la ECM, i King Crimson e molta classica, tra le varie mancanze, ma davvero puoi essere un quindicenne che si costruisce voracemente una quantità di bellezza addosso immane a prezzi che sono frazioni di quanto spendevo io per un disco, uno. Non quei milioni di album né migliaia né meno. Uno.

C'è altro, perché questo modello, che pure sarebbe almeno una forma minima di retribuzione e meno minima di promozione per gli artisti, consentirebbe alle persone di crescere una sensibilità musicale altissima, una grande capacità e voglia di scegliere e quindi, come conseguenza,. tanti ascolti di musicisti validi e relativa retribuzione bassa ma moltiplicata che va alla musica vera, buona, onesta. Qualità, insomma. Invece le classifiche attuali dei più ascoltati hanno contenuti sonori obiettivamente ridicoli rispetto anche alle top ten dei demonizzati anni ottanta. E se è vero che fare musica oggi in generale rende meno (Spotify, si diceva, paga poco) è altrettanto vero che realizzarla costa meno, molto meno, sempre parlando in generale, per cui i conti molto mediamente potrebbero tornare o comunque, con i live, rendersi sostenibili per quelli che, dopo la selezione naturale da chi sa ascoltare, rimanessero. Quelli bravi, insomma. A vantaggio loro e nostro.

Manca la musica, mancano le canzoni, le idee. Mancano ascoltatori curiosi. Manca il desiderio di ascoltare musica con un hardware che dia qualità, piacere vivo. Manca la cultura che arriva quando c'è curiosità, e siccome manca la curiosità...
E il cerchio, più ancora che chiudersi, implode.

Stavo per finire qui, con punti volutamente aperti, la sequenza di caratteri che forma questo articolo o editoriale che dir si voglia; stavo per chiuderlo oggi che è il 12 gennaio 2015, ed ecco che David Bowie ci lascia e cambia maschera di nuovo, togliendo l'ultima. Blackstar ha aperto il 2016 con un album che può piacere o no, a mio avviso non definibile capolavoro per le composizioni ma con una produzione chiara, cupa, disturbante e netta. Un artista che in decenni ha saputo cambiare, avere idee e farne avere quando le sue erano meno. Una voracità che adesso manca, manca a scuola come nei troppo comuni modi di vivere e pensare; manca in giro, alla base, per strada e nelle case, e si sa che se i terreni non vengono movimentati perdono fertilità. Noi qui continuiamo a desiderare musica nuova; ce n'è sempre meno ma non è detto che si debba guardare sempre al prossimo album, ché c'è tanta roba da scoprire anche nel passato. Avanti c'è posto. Cerchiamolo!

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