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Lucio Dalla, Ciao
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Recensore: Pier Luigi Zanzi
Editoriale del: 04/03/2012

Titolo: Lucio Dalla, Ciao

La morte ci accompagna le vite, nulla da dire; è una banalità, un’evidenza, una certezza. Poi capita ogni tanto che ad andarsene sia gente più o meno nota; succedono cose diverse da quelle che si passano quando il malcapitato è un parente. Poi capita pure che la morte riguardi qualcuno che fino ad un minuto prima era un mito vivente, e si può allora assistere a fenomeni autenticamente collettivi, o farne parte.

Con Lucio Dalla è andato via – anche questo è banale da dire - un pezzo grande di storia della canzone d’autore italiana. Non mi soffermo qui su questi aspetti, trattati negli ultimi giorni qualche centinaio di volte. Con Dalla, piuttosto, è accaduto qualcosa di comunitario, che ha coinvolto le persone pur - come al solito - non tenendole insieme che per qualche link su facebook, ma quantomeno generando tante solitudini involontariamente vicine, ciascuna con almeno un ricordo nitido legato a chissà quale tra le tante belle canzoni di Lucio.

Non che chiunque amasse alla follia il repertorio Dallico (e negli ultimi anni, nemmeno pochi secondo alcuni, gli album non hanno brillato, né i singoli erano all’altezza dei capolavori assoluti del passato), ma le sue canzoni erano lì ad arrivarti in una giornata qualunque da sempre, accendendo la radio, chiacchierando e finendo per qualche motivo su una frase somigliante ad un suo verso che magari portava i conversatori a canticchiare; verso il 31 Dicembre un Anno che verrà non si negava a nessuno; migliaia di genitori hanno prima o poi anche solo immaginato per un momento di chiamare una figlia Futura.

Era lì da sempre, in cose normali; poi passava e passavi tu, preso dalle tue cose, ma esisteva, con semplicità, diretto, senza nemmeno cercarlo, e tutti ne avevano un po’ nei giorni, tant’è che la sensazione che si è percepita il giorno della notizia, in autobus o negli uffici, più che della ovvia tristezza aveva il sapore di uno spaesamento quasi infantile, come se avessero comunicato a tutti con un gigantesco altoparlante che non esisteva più la merenda. Che si possa fare anche senza, che ci si possa organizzare in altri modi, che comunque si mangerà… tutto è parso, per un giorno, secondario e inutilmente mentale: era sparita una cosa sempre presente fino a quel momento.

Che una morte importantissima tra le voci della musica italiana fosse già avvenuta è indubbio e anzi i casi sono almeno un paio, ma rispetto ai più grossi degli ultimi tempi ci sono delle differenze che probabilmente stanno alla base di questo spiazzamento nazionale vissuto lungo tutta una giornata quasi surreale di musica e ricordi.

Lucio Battisti se n’è andato e ha lasciato per giorni una tristezza cosmica in Italia, con gente che ho proprio visto piangere; non è quindi questione di classifica delle emozioni. Battisti, però, pur completamente appartenente alla cultura musicale pop italiana ed al cuore della gente, era già di suo lontano storicamente dai tour, dalla televisione e da ciò che avvicina un artista al pubblico. Negli ultimi anni della sua vita e della sua carriera artistica il Lucio di Poggio Bustone aveva completamente preso le distanze da tutto, sia per assenza fisica da qualunque tipo di scena sia per le nuove strade musicali intraprese; da tempo pubblicava canzoni che certamente una nicchia di ascoltatori adorava e adora, ma di cui il pubblico da grandi numeri era appena o per nulla a conoscenza, con un mare di persone che tuttora non sa cosa cavolo abbia fatto Battisti dopo Una giornata uggiosa. Insomma assieme alla sua vita non è andato via quasi nulla di ciò che a Battisti legava il pubblico, perché i ricordi erano già tali da anni; la perdita fisica era già in atto da tempo.

De André, già osannato da vivo ma di cui popolarità e grandezza sono andati crescendo dopo la morte grazie anche all’attualità sempre forte dei suoi messaggi, con la sua dipartita ha avuto anch’egli un impatto emotivo molto forte; c’era proprio la sensazione che sì, bisognava cominciare a farsene un po’ una ragione: tra un po’ la generazione dei cantautori sarebbe invecchiata. Faber però a livello popolare ha portato effetti diversi, perché portava cause diverse, anche se come Dalla le sue parole erano lì a parlare del mondo: per il sentimento popolare De André è andato a pescare ai margini, ai confini dell’uomo e della società; delle comunità ha colto gli estremi, le diversità, i lontani, proprio mentre Dalla guardava, talvolta alto e poetico, talvolta più comprensibile, al centro, alla società del quotidiano di tutti, all’amore, ai sogni, a grandi riferimenti dell’immaginario di tanti (Nuvolari, Senna, Caruso), al desiderio di un figlio, a storie di provincia, ai “russi e gli americani”… canzoni con non più di un grado di separazione dal grande pubblico.

Con Dalla è andato via il primo tra i grandi ad aver cantato i giorni di tantissime persone e percepito da tantissime persone come non distante.

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