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Recensore: Alfonso Pone
Editoriale del: 14/10/2007

Titolo: Artisti, Major e distribuzione. Il caso Radiohead.

Ho appena acquistato l'ultima fatica dei Radiohead, In Rainbows, per poco più di 2 sterline e lo sto ascoltando mentre vi scrivo.

È strano poter parlare liberamente di un cd acquistato per pochissimi euro e masterizzato su un banalissimo cd-r. Oggi masterizzare, scaricare, internet, sono sinonimo di pirateria, di ricatti morali delle major, di proclami sulla legalità.

Internet, la comunità in cui viviamo da circa 12/13 anni per un paio d'ore al giorno, è ormai divenuta il fulcro di tutte le attività economiche e non. È diventato un punto di non ritorno, una piazza in cui è difficile che la censura possa arrivare tempestivamente e quando pure ci arriva spesso è già troppo tardi.

Tutte le realtà economiche del globo hanno imparato a convivere con internet, a volte intuendo le sue potenzialità a volte sottovalutandole clamorosamente. Tutti sembrano aver capito che ormai gli affari, e anche grossi, si fanno principalmente su internet. Tutti tranne le case discografiche. Le major oggi guardano internet come un padre che non sa confrontarsi più con la generazione dei figli perché la ritiene troppo lontana dal proprio stile, dalla propria visione del mondo.

Il risultato è che si legge spesso, sempre più spesso, dei tentativi legali o meno che le case discografiche hanno intrapresero nella lotta alla pirateria e al P2P. Rootkit, protezioni, restrizioni sono però stati capaci di creare una frattura tra chi produce un bene e chi questo bene lo acquista. Io non ci sto a passare per un delinquente se compro un cd e lo masterizzo per ascoltarlo nella radio della macchina. Non ci sto a dover acquistare un lettore nuovo perché le protezioni anticopia di alcuni cd li rendono incompatibili con il mio vecchio, ma glorioso, micromega.

Ad onor del vero è anche colpa dell'uso che viene fatto di internet. Oggi va più di moda scaricare illegalmente un brano che acquistare un cd originale. Alcuni dicono sia la diretta conseguenza della musica che si produce oggi, sempre più pensata e venduta per essere velocemente fagocitata e sostituita con qualche altro nuovo gruppo. Qualità artistica, valore intrinseco degli album salvo rare eccezioni sono termini che, ormai non fanno più capolino nei businness plan delle multinazionali della musica.

L'imperativo categorico è vendere.

Spesso questo modo di fare ha portato alcuni artisti anche di fama a rescindere i contratti con le case discografiche per il motivi più disparati. Presunta insensibilità verso le richieste dell'artista per quanto riguarda George Michael che ruppe con la Sony (mi pare), di Prince che si permise di far ascoltare in anteprima sul suo sito i pezzi dell'album e di altri piccoli artisti che hanno dovuto lottare per poter liberamente pubblicare i loro lavori senza interferenze.

Ci sono migliaia di best of degli artisti più disparati buttati lì solo per “completare” il contratto e svincolarsi da un gruppo e passare, magari, alla concorrenza. Agli artisti fa comodo avere una casa discografica alle spalle, vengono prodotti album, viene fatta promozione nelle radio, in tv sui giornali, ovunque insomma. Tutto per aumentare le vendite.

Mai però è capitato che un gruppo dell'importanza dei Radiohead abbia deciso che, vista la mancanza di un contratto con una major, era ora di vendere autonomamente un loro album, nuovo, sul loro sito, senza che fosse stabilito un prezzo fisso, azi, volendo lo si può scaricare gratis.

La prima cosa che ho notato di questa loro iniziativa è che le canzoni del loro album sono praticamente sparite dalle radio. Non una canzone, non uno speciale. È il silenzio assordante dei media tradizionali che prestano attenzione a qualcuno solo dietro compenso?

Forse. Ma una cosa è innegabile. Con questa iniziativa si è aperta una porta che per la prima volta farà sfidare il passaparola, la capillarità della rete contro le abituali testate giornalistiche e televisive. Non ci sarà una classifica della Nielsen che conterà i cd di In Rainbow venduti ma la sfida è aperta.

Se questa iniziativa avrà successo, se i Radiohead guadagneranno davvero da questo nuovo modo di fare business chi impedirà ad altri di fare lo stesso? Perché gli Oasis, gli U2, i Coldplay non dovrebbero imitarli?

Chi impedirà la nascita di siti che promuovono nuove band?

Sono impaziente di sapere se questa iniziativa avrà successo. Se altri li imiteranno, se non sarà dunque un caso isolato.

Se avranno successo sarà la definitiva consacrazione di internet e della sua formidabile velocità nel passaparola, nello scambio di opinioni. Sarà la definitiva prova che è inutile buttare miliardi in costosissime campagne pubblicitarie perché tutto quello di cui si ha bisogno, e cioè la raggiungibilità capillare delle notizie è già alla portata di tutti.

I se sono parecchi lo so. Ma è stimolante assistere a questa decisa e inevitabile mutazione della fruizione e reperibilità di certi beni che ha, di fatto, provocato internet.

Intanto io continuo ad ascoltare questo In Rainbow promettendovi una recensione quanto prima. Per il resto, staremo a vedere anzi, a sentire.

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